Il perimetro dell'acqua. Di Giovanni Bianchi e Renato Seregni.
Come inizia:
- Pronto?
- Pronto.
- Sei tu?
- Sono io.
- Ancora la diceria...
- Lascia perdere.
- Ma non posso. Tutti al bar mi stanno con gli occhi addosso. La cassiera mi addita ai poliziotti. Sempre questa diceria.
- Lascia perdere. Il bar è un luogo pubblico. Va e viene la gente. Per te non ha tempo. Non metterti al posto dell’asse terrestre: c’è già.
- Tu non mi credi. Ma io la diceria me la sento addosso, come una maglia sulla pelle... Non me la posso togliere. Mi soffoca. La gente mi vuol male. La cassiera li aizza. Fa la sciantosa con i poliziotti che mi guardano storto.
- Fisime. Non ha tempo per te questo mondo crudele. Altre cure su nel cielo hanno santi e arcangeli... Si fanno i fatti loro.
- E invece ti dico che corre la diceria in tutto il quartiere. La cassiera è malvagia. Mi odia. Parla nelle orecchie dei poliziotti e anche di quelli della nettezza urbana.
- Adesso li chiamano operatori ecologici e li hanno rivestiti di una tuta verde: mi fanno pensare ai soldati di Israele...
- Io invece soffoco nella diceria, anzi affogo... Tutto il quartiere mette il veleno nei miei vasi comunicanti. Sono un galeotto preso in trappola dalle chiacchiere della maldicenza. Tutti sanno. Tutti passano parola.
- E io ti dico invece che ognuno, alla fine pensa ai fatti propri. È un mondo di ragionieri, non di comari. Non per bontà: ma perché le chiacchiere non fan soldi.
- Tu non mi credi. Ma la diceria mi perseguita perché è reale. Non smette. È una roccia la mia diceria. Sono convinto che dovrò cambiare casa e quartiere. Più fuori, uno qualsiasi, tanto sono tutti uguali come le merendine, tutti uguali.
- Si sono mai visti i surrogati degli ebrei erranti? Zingarate. Turisti abbronzati che girano il club mediterranée.
- No. Il mio caso è diverso. Io sono un perseguitato. Sono braccato come uomo. Braccato nel mio quartiere.
- Tu non ci fare caso. Leggi. Fai passeggiate. Ciao. Scusami, ma ho da fare. Devo lasciarti.
Un tempo piovviginoso e novembrino che niente aveva da spartire col Natale, le novene, la neve… Betlemme, non Cortina. E tutto sul conto di questa stagione di spray pirati, di buchi dell’ozono che diventano voragini e foibe in cielo, di climi in rivolta che irridono alle previsioni del tempo, di ghiacciai che si assottigliano per la disperazione dello sci estivo e di oceani che alzano il livello programmando il cannibalismo delle spiagge e dicendo tondo tondo: l’Orco avrà ragione di Venezia... Si può vivere così? Si può. Più adattabile dei topi e delle puttane l’essere umano nel suo complesso. Cambia il mercato, e cambia la carnedonna. Domanda e offerta. Perfino forse la legge di Gresham per la quale la carne cattiva scaccia quella buona... O no? E mucca pazza? Avanti, avanti, o anche adelante Pedro, dolor di denti e nelle eterne solitudini ride il sole come un pazzo. Gesù Bambino viene lo stesso. A slalom tra alberi del cavolo, renne riciclate, babbi natali in odore di pedofilia. Così è, ragazzi. Orsù tracanniamo, ad ampie sorsate riempiamoci i polmoni… Chi l’ha scritto? E poi? È vero, adesso il tempio sembra una trattoria. E poi, una preda del niente, un uom che vaneggiò! Ma mica tanto, contando il contante… Dicembre come novembre: non è il massimo, ma ci va vicino, fuochino fuochino. Come portare Sant’Ambrogio in carrozzella per Corso Vittorio Emanuele e un vetturino in vesti di Pulcinella… Tutti al cinema. E tutti a Sesto San Giovanni il giorno dopo per le sassate micidiali a Santo Stefano. Protomartire non indica un detersivo. Un giovanotto di Antiochia, un po’ saputo, gran revisionista (apre la strada a Paolo di Tarso che, ragazzino, ne custodisce gli abiti durante il linciaggio) e che ha il fegato di fare il giro delle sette sinagoghe a spiegargli ragazzi avete chiuso, è arrivato uno che vi archivia, uno dei vostri, si fa per dire, stile Messia prodotto di casa, montanino prima, cittadino poi, un’escursione nell’antico Egitto non si sa se per via della lingua, un padre (putativo) nordestino facsimile Breganze, una madre coraggio anche troppo aggiornata, capace di poesia, vedrete che finirà tutto in esportazione, e comunque voi avete chiuso, e ve lo dico sul muso: Vecchio Testamento! Uno sveglio Stefano, impegnato nel volontariato per le vedove, gli orfani, barboni, aidiesse, carcerati, ma uno che va a cercarsele e che canta il demi demi… E così fu. I cieli aperti, ma la patria chiusa. Lo Spirito con lui, e tutti gli altri contro. Un modo certamente non americano e senza lieto fine di dimostrare che lassù qualcuno ti ama. Eppure il martirio diventerà una moda. Capace di fornire una reliquia per ogni altare, di invogliare altri giovani dotati ma meno trasgressivi. E a Sesto piacciono le tinte forti. Vengono dal mito operaio e scappano dalle pantegane in agguato come coccodrilli di palude intorno a due milioni di aree dismesse. Gli altiforni tappati dalla comunità europea per la contemplazione dell’archeologia industriale. Il Peppino Vignati, mahatma dell’archivistica che ha recuperato tra steppe polverose di faldoni il motorino della Breda (nel senso di primo ciclomotore), il frigo della Breda, la mitragliatrice della Breda. E da chi mai potrebbe essere protetta gente simile? Senza contare che qui si contende a Torino il primato di città più meridionale del Nord, una dolente terronia di ex laminati doc, di superacciai speciali doc, di ex brianzoli, ex smog, ex comunisti, ex bauxite, ex ex socialisti, di ex re Magi di questa stagione liturgica (bastarda la sua parte) perché o son morti di freddo, o son malati, nei paesi del sole, i bei vegliardi dallo scettro d’oro! E così, passata la festa bianca, si ripiega su Santo Stefano. Si brucia un pallone di bambagia che puzza di paganesimo (bruciato) lontano un miglio. Si battono i cento rintocchi che significano altrettante sassate della lapidazione. Un tempo i vecchi contadini (anche le grandi fabbriche vengono su direttamente dai campi del granoturco) strologavano il futuro, quasi aruspici d’osteria, dalle modalità con le quali la bianca palla andava a falò: se era bruciata prima e di più dalla parte delle donne (c’era ancora la divisione per sessi), se il raccolto sarebbe stato abbondante, se avremmo evitata la guerra…
- Pronto?
- Pronto.
- Tu dici che Dio mi perdonerà?
- Credo non sappia fare altro.
- Tu dici che mi perdonerà?
- Non gli conosco un altro modo di impiegare il tempo.
- Tu sei sicuro?
- Metterei la mano sul fuoco con la convinzione di non fare concorrenza a Muzio Scevola.
- Come fai ad esserne sicuro?
- Frequento la Bibbia bovinamente ma con costanza.
- Tu sai che io dormo troppo?
- So che sei un rompiscatole e ti preferisco a letto che al telefono.
- Faccio male a dormire tanto?
- Il mio parere è che tu ne abbia bisogno.
- Ma Dio perdona?
- Uno non glielo consiglierebbe, ma lui insiste.
- Ne sei proprio sicuro?
- Per me è incorreggibile.
- E perdona tutto?
- Non si riesce a sorprenderlo neppure su questo terreno.
- Ma Dio ha orrore del male...
- Credo gli faccia pure schifo.
- E con tutto ciò continua a perdonare?
- Te l’ho appena detto che a mio giudizio è incorreggibile.
- Io dormo troppo perché sono sempre stanco. È la malattia che lo vuole. Mi dispiace, ma è così. Vorrei lavorare, ma non posso.
- Se ti va di stare a letto, fai pure. Così disturbi pure meno. Puoi sempre fare qualche passeggiata, quando è bel tempo.
- Ma Dio perdona?
- Settanta volte sette: sta scritto sotto sua dettatura.
- Posso stare tranquillo?
- Dormi pure tra quattro guanciali.
- Posso richiamare più tardi?
- Anche se rispondessi di no lo faresti comunque.
Adesso ci sono i portatori di mezza età della tradizione, i due fratelli Noseda, per esempio: il Sandrone, basso potente di tutte le corali, rappresentante di carte e di cartiere, il Tarcisio, che fu anche fondatore e direttore del nostro primo coro di canti della montagna. Ci esercitavamo da qualche mese e il Tarcisio volle un consulto con il Flavio Vailati, organista in carica della prepositurale, compositore di talento. Ci ascoltò attentamente il Flavio: “Questo complesso non può che migliorare”, fu il responso. Il Tarcisio abbozzò (abbozzammo tutti). Ma si è rifatto quando il suo primogenito, il Gianandrea, si è piazzato subito dopo Muti e Abbado come la promessa della direzione italiana. Ha sposato un soprano siciliano il Gianandrea, tanto per non smentire le propensioni sestesi alla meridionalità, ed è diventato il titolare dell’Opera di San Pietroburgo. E così il Tarcisio il lunedì mattina tira su e raccoglie le sedie in parrocchia, convinto che il suo exploit e la rivincita si siano ormai compiuti. Poi c’è il Luigi Nova, lunghissimo dentista, che s’è trasferito a Merate ma non manca mai l’occasione. Un tempo, quando frequentavano i capannoni della Falck e della Magneti Marelli, si facevano vedere a questa messa anche il Paolino Riva e il Lorenzo Cantù, due lazzatiani come si deve. E ancora, allora, il Gino Barbanti, allenatore ai tempi del don Franco Fusetti della squadretta di calcio, Danova e Trebbi compresi, detto allora Balena per la mole che poteva anche richiamare Gunnar Nordhal oppure no, e che adesso, distinto e allampanato studioso, è uno dei maggiori esperti di laghi italiani, a partire dal Maggiore per passare sul Trasimeno e poi tornare ai due rami di Como, e forse forse saprebbe dirti tutto anche sul Titicaca... Poi il Giorgio Ballardin, che difende in me i segni della sua stessa milizia, i ragazzi cioè di Via Barnaba Oriani, 34, lì accanto e a sbocco in Piazza Faruffini, dove, arrampicandosi sull’ultimo ballatoio in legno, Giorgio guarda tutto il vecchiume dal suo coltivatissimo terrazzo, con la Carla. Ha un cuore infarcito di by-pass nonostante una vita tranquilla, a riprova che al cuore, anche in chirurgia, non si comanda. Cammina (non corre) dodici chilometri ogni giorno. E il Gianni Lazzarinetti. Che fine ha fatto il Gianni Lazzarinetti? Poi il Gigi Simpatico (Puglia importazione) che mescola le preghiere con la politica del Bar Sport. E poi? E poi? Sempre nuovi bambini la mattina del 26 dicembre alla messa delle undici e mezza. Care beltà del tempio!... Sfumando in lontananza si univan tinte e linee, quasi fanciulle in danza. E il bianco pallone o globo, sempre lui, pronto per la rosticceria. Ma non c’è più partita, nel senso che ogni volta brucia bene. Tutto merito dell’ingegner Gorgonzola Erminio. Ex Magneti Marelli. Ex metalmeccanico. Ex tuta blu. Grazie a lui sotto il campanile quadrato (decapitato negli anni trenta per ragioni aeronautiche) c’è la più grande e inedita officina che sia stata mai allestita sotto una torre campanaria di Lombardia, che dico? italiana, che dico?, europea, che dico?, mondiale, che dico? La cosiddetta fonbrauneria, dal nome di Von Braun che progettò per Hitler le famigerate Vu Due, per gli americani i missili che non erano altrimenti in grado di far decollare da Cap Canaveral, nonostante gli incitamenti e le benedizioni alcoliche di Ruggero Orlando, nonostante la cassaforte di dollari messa di colpo sul banco da John Kenedy e famiglia. Tutto c’è, e catalogato, nella fonbrauneria, a partire dal fiasco di barbera per arrivare ai cacciavite, chiodi, cavi, pezzi di macchine da lavare, tubi catodici, vecchi crocefissi provenienti da antiche processioni. Così il pallone, approntato dalle suore di Maria Bambina dell’Asilo Petazzi, brucia d’un fiato, d’un botto, a dispetto dell’umidità e dei venti che battono la cupola, un pallone con superalcolici, si sussurra, alcool puro denaturato della ditta Spreafico e figli di Bussero. Insomma, un portento pirico che però toglie di mezzo suspence, aruspici d’agrimensura primigenia, gusto della scommessa, così come avveniva nel buio medioevo proprio sotto il pulpito, donne di malaffare comprese e in palio... Ingegner Gorgonzola Erminio come il dottor Stranamore. E infatti tutto e tutti converte e battezza (anzi, prima battezza e poi qualche volta converte) la Santa Madre Chiesa da queste parti. Tutti con il muso in sù, Cesarino Gomarasca, detto popolarmente Cartaperlachiesa, compreso. Perché don Luigi Olgiati non avrà sempre il rapporto primario facile, ma è grande professionista. E incontestabile. Dunque s’avvia sotto il candido globo dopo omelia documentatissima. Processione non lunga. Stile. Attesa. Organo a gole spiegate con un retrogusto di Bach come conviensi al miglior Flavio Vailati nel pieno della forma, anche pedestre. Bambini a cinguettare domande tese. E l’armonia degli organi, e il fumo degli incensi non alzerà quel libero sotto i sereni immensi. E invece piove, piove e piove… I piccioni, fuori, spaesatissimi, sopra il tendone del venditore di fiori che serve piazza e cimitero. Quasi basterebbero i piccioni in volo a catturar memoria di piazza Duomo e di piazza San Marco. E poi la Madonna in viola dai lunghi piedi espressionisti in sandali. Mosè con luminose corna (e senza montanelliane allusioni). Noè. Giacobbe sciancato senza darlo a vedere. La carovana dei desiri miei verso di voi salia… E invece piove, piove e piove. Ma finirà bene. Brucerà in un amen il candido mappamondo. Salirà dritto sotto la cupola il fumo. Troppo potenti i trucchi (e le diavolerie a fin di bene) dell’Ingegner Gorgonzola Erminio. E monsignor Luigi Olgiati sa stare liturgicamente al gioco da par suo. E chi del resto avrebbe potuto dire o prevedere? Come sempre, l’evento narrabile nei secoli e l’attimo fuggente si tengono dentro lo spazio brevissimo della medesima parentesi. Al punto che lo stesso Ingegner Gorgonzola, lì accanto e pronto con scopa e raccoglitore, fu colto di sorpresa e lasciato con un palmo di naso, o, se si preferisce, come pelle di fico o di stracchino. Monsignor Olgiati salmodia, incede, accende, s’invola in un guizzo, più di corrente che di fuoco, come succede a certi personaggi nei films di fantascienza trafitti dal raggio del laser. Se ne vide per un attimo la sagoma, piviale incluso, luminosissima, filiforme, come proiettata ai confini della persona, un volo come propiziato da molla sotto i piedi, un librarsi allegro e angelico, fino a toccare con la calvizie la parte inferiore del globo in fiamme, quindi la sparizione, tipo: Monsignor Prevosto assunto in cielo (anche lui). E non s’è fatto più vedere. Ma l’ermeneutica esiste... Ci son infatti nel lato sinistro del transetto una statua della Madonna dei Sette Dolori, di ascendenza settecentesca, oggetto di un’ardente devozione dei sestesi. Le è stata recentemente appiccicata al collo una corona del rosario, elettricamente illuminata, che passa per essere l’unico scivolone kitsch tra le realizzazioni del Gorgonzola Von Braun. Di lato alla statua suddetta e veneratissima due vetrate di sapore neoclassico: una che raffigura il fidanzamento della Madonna con San Giuseppe, auspice una verga fiorita fuori stagione tra la costernazione di una moltitudine di altri giovanotti di Palestina pure pretendenti, l’altra che vede il saluto alla Madonna e al Divin Pargolo del vecchio Simeone. Qui il Simeone del Nunc dimittis servum tuum Domine è ritratto in abiti di un verde intenso e brillante, vuoi per significare la speranza d’Israele, vuoi per ragioni protoecologiche o magari anche protoleghiste. Era l’ora del sonno, e del dolore, e dei patiboli… e le lanterne erano sgorbi gialli… E la Madonna (giovine)? Io la vorrei compagna e schiava dei dolori miei… Qui partono le interpretazioni dell’evento. Non a caso Monsignore fu visto più e più volte, il rosario sgranato lungo la veste, in preghiera davanti alla vetrata. Due, a tutt’oggi, le ipotesi principali. Che, come Simeone, stanco delle ciarle e dell’attesa, abbia deciso (presi accordi in Alto) di ritirarsi subitamente dal mondo, con attitudine moderna e perfino fantascientifica, conservando però il proposito di Simeone finalmente soddisfatto. Oppure che abbia dato sfogo a una sua mai smentita e mai nascosta vis polemica. “La mia è una teologia parrocchiale”, aveva l’abitudine di rispondere a troppo insistenti e colti interlocutori. E la polemica? Troppe e inflazionate le apparizioni in questa stagione. Da Medjugorie a Civitavecchia, “quasi sui confini della Terronia italiana e estera, e comunque sempre lì”. Per cui lui, monsignor Luigi Olgiati, avrebbe deciso invece di sparire. Con un esempio che si augurava venisse presto seguito.
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