Lettere agli amici. Di padre Pio Parisi
Primo capitolo
Appello agli Umiliati
(gennaio 2000)
Leggevo i salmi dell’ora media del giovedì della terza settimana e l’attenzione si è fermata sui seguenti versetti:
“Prima di essere umiliato andavo errando,
ma ora osservo la tua parola”.
Bene per me se sono stato umiliato,
perché impari ad obbedirti”
Salmo 118/119 vv. 67.71
A seguito di questa lettura mi è venuta una quantità tale di pensieri che non riuscirei mai a fissarli ordinatamente. Ogni pensiero poi diventava un tema importante da sviluppare, anche se tutti i temi erano sempre più stretti in una profondissima unità organica. Ora provo, tuttavia, a mettere giù qualche pensiero, per me e per gli altri, sentendo un bisogno imperioso di comunicare: “Un fuoco ardente chiuso nelle mie ossa” (Ger. 20,9).
La comunicazione
1. Umiliato dal mondo, dalla Chiesa e, soprattutto dalla mia personale estrema miseria, comunico in obbedienza allo Spirito e alla Parola.
Io umiliato dal mondo? Direi proprio di no. Anzi, come sacerdote religioso, nei vari incarichi che mi sono stati affidati in quella parte del mondo che è l’Italia, mi sembra di essere stato considerato più del giusto. Eppure mi sento umiliato dalle innumerevoli e tremende umiliazioni che subisce tanta parte dell’umanità in un mondo pieno di ingiustizie e violenze.
Io umiliato dalla Chiesa? Anche qui la prima risposta è no: son pieno di debiti, non di carattere economico, nei confronti della mia Chiesa. Né mi sento umiliato dalle umiliazioni che subisce la Chiesa perché penso che siano sempre delle grazie. Se ne rendevano bene conto gli apostoli che “se ne andarono al sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù.” (Atti 5, 4l).
Io umiliato dalla mia personale estrema miseria? Qui la risposta è subito affermativa. La confessione dei miei limiti e dei miei peccati non finirebbe mai, e se con il tempo c’è qualche miglioramento, cresce la consapevolezza della mancanza di fede, di speranza e di carità.
Ciò nonostante oso comunicare in obbedienza allo Spirito e alla Parola.
Non mi sembra di aver mai sperimentato l’azione in me dello Spirito e mi sono ritrovato piuttosto confuso quando, stimolato anche dalle esperienze raccontate da altri, ho provato a riconoscere dei momenti in cui sono stato ispirato. Ogni passo nel mio cammino spirituale mi è apparso come logicamente successivo ai passi precedenti.
Eppure penso di comunicare “in obbedienza a Dio”, che si è rivelato in Gesù Cristo il quale ha inviato lo Spirito perchè potessimo capire tutto quello che Lui ci ha insegnato: “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto.” (Giov 14,26) (cfr Giov 16,13-15). Per questo cercando, nella mia estrema miseria, un’eco della Parola, oso affermare che lo faccio in obbedienza allo Spirito.
2. Una decina di anni fa rivolsi un appello ai piccoli e ai poveri1 affinchè si unissero per sostenersi in tale esperienza e portassero così grandi frutti per la società.
Ho riletto quel testo e l’ho trovato pieno di senso e del tutto attuale. Il compiacimento per quello che lo Spirito mi aveva dato di capire si fonde con l’amarezza per la scarsità delle risposte. Più esattamente molti grandi a cui mi ero rivolto non lo hanno trasmesso come avrebbero dovuto ai piccoli e ai poveri. Ingenuità della mia attesa!
Premesso che per capire l’appello era necessario cogliere la tragicità del mondo in cui viviamo, senza sentirsi in esso ben installati, richiamavo l’attenzione sul fatto che tutti, per la condizione creaturale, siamo piccoli e poveri e, al tempo stesso, alcuni sono piccoli e poveri perché altri sono grandi e ricchi con tante ingiustizie e violenze.
L’appello era ad essere uniti, non in cerca di una maggiore forza, ma per sostenersi nell’esperienza di debolezza, ricavandone frutti di cui la società ha particolare bisogno: conoscere i suoi reali problemi per crescere e governarsi nel modo migliore, accrescere la carica di gratuità di cui certamente non è priva, rafforzare la volontà di combattere contro il male, scoprendo che il problema di fondo sta nel potere e nella crescita di libertà.
Unirsi, quindi, aiutandosi a riconoscere il valore delle proprie esperienze. In tal modo si arriverà a nuove analisi, capaci di riconoscere le maggiori risorse nella coscienza dei piccoli e dei poveri. Dalle nuove analisi nasceranno nuovi movimenti, nuove condivisioni e nuove liberazioni.
Seguivano suggerimenti per i sindacati, per la politica che si ritiene forte mentre è debole, per le Acli e in particolare per chi vive esperienze di emarginazione.
Dall’appello, infine, risalivo all’annuncio del Vangelo e alla necessità di una continua conversione della Chiesa.
3. Recentemente ho proposto il “giubileo dei piccoli e dei poveri”.
Scorrendo il calendario dell’Anno Santo 2000 sono rimasto colpito dal numero dei giubilei che vengono proposti, a partire dal giubileo dei bambini fino a quello del mondo dello spettacolo.
Mi è venuto così in mente di proporre anche il Giubileo dei piccoli. E’ chiaro che con il termine “piccoli” non intendo solo i bambini. La mia è una proposta trasversale che riguarda tutte le creature che sperimentano la loro radicale insufficienza nelle condizioni di peccato e di morte.
Per piccoli intendo quelli di cui parla il Signore: “In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito e disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a Te è piaciuto” (Lc 10,21).
Essendo il Giubileo tempo di conversione e di festa è estremamente importante considerare per che cosa il Signore “esultò” e cercare che la nostra gioia e la nostra festa abbiano lo stesso motivo di fondo: il disegno del Padre.
Provo ad indicare alcune caratteristiche del Giubileo dei piccoli.
In primo luogo penso che debba essere un fatto interiore, un cammino di conversione del cuore nella docilità allo Spirito Santo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil. 2,5).
La manifestazione esteriore e comunitaria di questo evento interiore può essere in qualche misura utile e doverosa. Ma il Giubileo dei piccoli sarà molto attento ad evitare che la dimensione esteriore distragga, intralci o addirittura sostituisca quella interiore.
Il Giubileo dei piccoli sarà un impegno a convertire al Signore tutta la propria vita e non solo a compiere qualche opera buona. Questo significa che bisogna cercare la comunione con la morte e la resurrezione del Signore là dove ci si trova a vivere. Non si tratta evidentemente solo del luogo spaziale ma della situazione in cui ci si trova, di quel che accade a noi e attorno a noi, di tutta le “gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono” (G.S. 1). Stare con fede dove il Signore ci ha posto, attenti al vicino di casa come ai fenomeni della globalizzazione. Questo non significa che non possa essere utile l’andare del pellegrino - non quello del turista - ma occorre fare attenzione che non si tratti di evasione, assentandosi dai luoghi del nostro continuo pellegrinaggio terreno, dove ogni giorno sperimentiamo la nostra piccolezza e con questa la salvezza che viene dal Signore.
Il Giubileo dei piccoli non può essere datato in un giorno, in un mese e neppure in un anno. La gioia e la pace della comunione con il Figlio di Dio e di Maria, che muore e risorge, ci sono proposte dalla Chiesa in tutte le ore, liete e tristi, della nostra giornata terrena. Stabilire una data è utile nella misura in cui serve a ricordarci che tutti i giorni sono buoni, che ogni ora è un’occasione straordinaria per vivere “l’amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5).
Il Giubileo dei piccoli è comunione con tutte le creature di Dio, con tutte le donne e tutti gli uomini della terra, senza escludere nessuno, come lo Spirito Santo che “tutto unisce perché conosce ogni linguaggio” (Antifona di Pentecoste).
Il Giubileo dei piccoli è quindi ricerca di comunione con tutte le gioie che in ogni momento sperimentano gli abitanti del mondo, nella fede che Dio è la sorgente di ogni vera gioia e che, per la resurrezione del Signore, siamo tutti chiamati alla Gerusalemme celeste dove Dio “tergerà ogni lacrima dai nostri occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap. 21,4).
Il Giubileo dei piccoli è condivisione con tutte le sofferenze umane, è apertura alla compassione universale e radicale di Dio che “quando venne la pienezza del tempo, mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal. 4,4-5).
Quindi il Giubileo dei piccoli è la festa dei peccatori, grandi e piccoli, che trovano la forza per convertirsi sapendo che “ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7).
4. Ora nella Chiesa confesso la fede nel Signore veramente risorto.
Credo che la paternità di Dio si rivela con pienezza nella morte e nella risurrezione di Gesù Cristo, che la gloria dell’onnipotenza si manifesta nell’umiliazione della morte in croce.
Le mie parole e i miei pensieri cedono il passo alla lode della Chiesa e all’adorazione silenziosa del mistero infinito. E’ il punto di partenza di tutto il resto.
O Spirito Paraclito,
uno col Padre e il Figlio,
discendi a noi benigno
nell’intimo dei cuori.
Voce e mente si accordino
nel ritmo della lode,
e il tuo fuoco ci unisca
in un’anima sola.
O luce di sapienza,
rivelaci il mistero,
del Dio trino e unico,
forte di eterno amore. Amen
(Inno di terza)
5. Con un intervento che, fidando nello Spirito, spero sia profetico, mi rivolgo a tutti gli umiliati dal mondo, dalla Chiesa e dalla propria miseria.
Nonostante l’insegnamento conciliare circa la vocazione di tutti i cristiani a partecipare alla regalità, al sacerdozio, e alla profezia di Gesù Cristo (Lumen Gentium nn. 12, 31,36), il termine profezia è oggi spesso ignorato e frainteso, fino a contrapporlo all’impegno nel mondo e nella politica.
E’ urgente ritrovare e vivere il significato biblico della profezia per non diventare sale insipido, per non girare a vuoto nel mondo, con il rischio di aumentarne la confusione e la violenza.
Spero, nonostante la mia miseria, di comunicare qualcosa che nasca dall’ascolto della parola di Dio ed abbia, quindi, valenza profetica.
6. Rivolgendomi anni fa ai piccoli ed ai poveri cercavo di passare dall’appello all’annuncio. Ora mi propongo di entrare direttamente nell’annuncio della Chiesa per aiutare a scoprire in esso un appello urgente.
Allora dicevo: “Dall’appello all’annuncio. Appello ai piccoli e ai poveri perché si uniscano per sostenersi in tale esperienza e portare frutti per la società. E’ questo un appello politico che contiene in modo implicito l’annuncio del Vangelo. L’esplicitazione del Vangelo dà senso pieno a questo appello politico”.
Ora potrei dire: “dall’annuncio all’appello“. L’annuncio del Vangelo è chiaramente il fondamento della nostra vocazione. Tutto parte dall’iniziativa di Dio; il battesimo è l’inserimento nella morte e nella risurrezione del Signore e il fondamento dell’etica cristiana.
In tal modo l’urgenza dell’appello politico passa in secondo piano? Assolutamente no perché l’annuncio del Vangelo è rivelazione del senso della storia, dalla città di Caino alla Gerusalemme celeste.
I piccoli, i poveri, gli umili.
Sono categorie importantissime per capire la parola di Dio e per annunciarla nel mondo, con la vita più che con le nostre parole.
Ricorrendo, tuttavia, a queste categorie occorre ricordarsi sempre del mistero insondabile che è ogni persona umana, che richiede il massimo rispetto, cercando di ridurre al minimo la violenza delle nostre, pur necessarie, classificazioni.
C’è una differenza fra piccoli e poveri da un lato e umiliati dall’altro? Di fatto queste categorie per lo più coincidono. Mi sembra, tuttavia, che si possa cogliere una differenza: piccoli e poveri si è, umiliati si diventa. Oserei dire che la qualifica di umiliati è più dinamica, mette più in risalto un divenire, un fatto o meglio una serie di fatti che umiliano. E molto spesso questi fatti sono i comportamenti di chi per i propri interessi, per la propria esaltazione umilia gli altri.
Parlare di umiliati significa molto spesso mettere in luce il peccato di chi è causa dell’umiliazione.
Il termine “umiliati” può facilitare il recupero del concetto di umiltà, così centrale in tutta la rivelazione e così dimenticato nella riflessione dei cristiani riguardo al loro impegno sociale e politico. Non mi pare di aver trovato questa virtù, fondamentale in tutta l’esperienza spirituale, nella dottrina sociale della Chiesa (v. Mongillo nel Nuovo Dizionario di Spiritualità; De Flores, Goffi).
L’umiltà e l’umiliazione sono la chiave della salvezza (Fil 2; Apoc 5)
7. E’ necessaria una dolorosa denuncia, confessione di peccati personali e comunitari.
Nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis Giovanni Paolo II dice: “All’esercizio del ministero dell’evangelizzazione in campo sociale, che è un aspetto della funzione profetica della Chiesa, appartiene pure la denuncia dei mali e delle ingiustizie. Ma conviene chiarire che l’annuncio è sempre più importante della denuncia, e che questa non può prescindere da quello che le offre la vera solidità e la forza della motivazione più alta” (SRS n.41).
Bello, confortante, lieto è l’annuncio, ma convertirsi al Vangelo è un cammino faticoso che ha in fondo la croce. Comincia con la denuncia dei propri peccati ma comporta anche il riconoscimento delle colpe della Chiesa, per essere in essa membra vive e non lasciarsi trasportare pigramente.
La denuncia del male nella Chiesa può dare a qualcuno un sollievo giustificatorio dei propri peccati: si corre il rischio di compiacersi nel giudicare. Il riconoscimento autentico delle carenze della propria Chiesa aumenta l’umiliazione ma apre anche a una grande speranza e rafforza l’amore universale. E’ un atteggiamento ben diverso da certe esaltazioni ecclesiali prive di discernimento che volgono facilmente in idolatria e preparano i più tremendi conflitti tra le diverse religioni.
Nell’umiltà personale e collettiva si ritrova la bellezza ed il conforto della gioia dell’annuncio.
(...)
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