La lingua arruginita. Di Giovanni Bianchi.
Introduzione di Guido Oldani
Che fare? Ecco un primo dubbio sull’attacco alla lettura di questi versi: inoltrarli dall’inizio, come sarebbe ovvio e quindi da quel parlare più compiuto ed aspro che li costituisce, per risalire via via, nel loro snocciolarsi, verso quelli successivi più concisi e svelti? Sì perché anche il gambero, sia detto con affettuoso tentennare, qui proponendo la sua modalità deambulatoria, non ci priverebbe di una genuina performance d'ingaggio dei testi poetici ora apparecchiati.
E forse la tripartitura in sezioni di questa raccolta, delega all’intermedia la funzione del fulcro, su cui oscillano, a bilancia la prima e la terza, pariteticamente sia fuori sequenza, sia che no. Tentata di stabilire una consumazione bifronte della raccolta, ne consegue una tridimensionalità da trasferirsi pariteticamente alle singole parole, di quelle di specie a consistenza, anziché a sola volatilità fonetica e abbigliativa. Trattasi, lo diciamo con un verbo volutamente un po’ formale, nel lavoro poetico di Giovanni Bianchi, trattasi di costrutto in bianco e nero, ma niente a che fare col barocco del Caravaggio, a cui Bianchi nasce nei dipressi; bianco invece di calce dei muri di ringhiera e nero del fumo o della notte nebbiosa e senza lampioni. Nero, come i polmoni dei metropolitani e bianco come i capelli quasi santificati dalla vita di chi l’ha vissuta.
È una poesia che non nasconde i materiali di costruzione di cui è significata, come un’arca da diluvio che appalesi i tronchi della carenatura o i vuoti palpitanti degli abitacoli. Filtra, attraverso questa filigrana poetica operosa e fin quasi metallurgica, il barluminìo del torturatore di Giobbe o del rianimatore di un Lazzaro seppellito. Tutto però accompa-gnandosi febbrilmente alla manualità dei giorni, aggiudicati con la loro dose di pane e di trasalimenti. Versi concisi, si è detto, ma che tracimano nella ballata agrodolce delle cose, nelle quali è insediato però un forte sentore cruciale, quasi di epocalità.
Da dove venga questo poetare affabile, a volte però persino scontrosamente virile, non è forse insindacabile domanda. Se certa parsimonia nella lunghezza del verso fa ipotizzare, ma solo per la lunghezza del verso e per l’emblematicità della parola, a un Ungaretti insolidito, certe altre scortecciature e disintonacamenti nel parlare più ampio, lumeggiano una qualche amicalità con il Cesare Pavese di Lavorare stanca. Ma non si tratta di una figliolanza approssimativa, quella di questo poetico lavorare, dalla indisturbata coppia citata. Il crossingover fra i due autori è infatti arricchito, in una sorta di menage à trois poetico novecentesco, dal fare capolino minimo e prepotente di un Clemente Rebora da Milano.
È forse da questo fuso che Giovanni Bianchi aggomitola il suo caro metallo battuto; a momenti fil di ferro rovente come da fucina, per poi seguitarsi anche in metratura arrugginita, non escludendo qualche bracciata di fil spinato a farla da padrone; ma tant’è, non sarà la ruvidità nel palmo della mano a interrompere la scorbutica filatura poetica di questo lontano discendente di Renzo Tramaglino, traslato nei dismessi capannoni del villaggio di Sesto San Giovanni a nordest dove, di buona lena, trama una forma soda con caparbia testarda lombardità.
Melegnano, settembre 2003
Guido Oldani
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