Giuseppe Dossetti e la politica estera italiana 1945-1951.
Introduzione.
Dopo il primo volume, Una vicenda politica. Giuseppe Dossetti 1945-1956, in cui si indaga in particolar modo l’opera di Giuseppe Dossetti in relazione alla politica interna italiana, l’attenzione della ricerca si è spostata sulle riflessioni del deputato reggiano riguardo la politica internazionale del nostro paese nel periodo compreso tra il 1945 e il 1951. Il pensiero di Dossetti sulla politica estera risulta, dallo studio dei documenti analizzati, tra cui fonti di archivio e articoli di giornale dell’epoca, molto articolato e profondo, e deve essere valutato con più attenzione fuori dagli stereotipi che lo hanno condizionato nel tempo.
La politica estera dell’Italia ha sempre significato molto per il Professore reggiano e per il gruppo di amici a lui vicino, per la forte consapevolezza di come la situazione italiana del secondo dopoguerra fosse strettamente legata e condizionata dalle dinamiche internazionali.
La necessità di un approfondimento di questi temi è nata anche dal fatto che le decisioni di Dossetti in materia furono quelle che destarono forti perplessità e aspre discussioni nel cattolicesimo politico italiano. Molte volte il pensiero del professore reggiano è stato bollato di un vano quanto improduttivo astrattismo, basato, per quanto riguarda la politica estera, su considerazioni giudicate “antiamericane” o addirittura “antioccidentali”.
Le riflessioni di Dossetti sono però molto più complesse di quanto il senso comune e buona parte della storiografia abbia potuto affermare.
Non c’è traccia di “integralismo” nelle sue valutazioni, le quali sono invece dettate da un profondo “senso storico”, dalla capacità di comprendere e analizzare in profondità e con concretezza le dinamiche politiche del paese.
Nelle tappe più importanti, come il dibattito del ’48 sull’adesione dell’Italia al Patto di Bruxelles e poi quello del ’49 sul Patto Atlantico, le discussioni sulla guerra di Corea e sulle sue ricadute interne, egli si mostra attento e determinato impegnandosi con grande tensione morale e politica, senza cedere a facili entusiasmi o a prese di posizione aprioristiche. Le sue riflessioni, infatti, pur mantenendosi nell’ambito della fedeltà agli alleati occidentali cercano una strada nuova, diversa e soprattutto autonoma per la politica estera italiana. In ciò si intrecciano, come sempre nei suoi ragionamenti sulla politica internazionale, le preoccupazioni per la situazione interna del paese ancora in uno stato disastroso, lontana da una vera ripresa. Un tale quadro, secondo il suo parere, rendeva l’Italia debole, incapace di giocare con voce propria un ruolo indipendente all’interno delle pur necessarie alleanze. Notevole importanza era data anche alla preparazione della classe dirigente italiana e dei partiti politici, per trasmettere all’estero quel senso di competenza e di responsabilità in grado di conquistare la stima e la fiducia degli alleati e di favorire diversi rapporti internazionali.
Non meno importanti sono le sue riflessioni indirizzate alla costruzione di una reale e produttiva politica di pace per l’Europa e di un percorso virtuoso di alleanze economiche che facessero da preludio ad un accordo politico di più ampia portata, in grado di dare al Vecchio continente stabilità, prosperità e autonomia di posizione nello scacchiere internazionale.
L’esperienza dossettiana si può dividere in due periodi salienti: uno seguente alla fine della guerra con i problemi legati alla ricostruzione; l’altro che inizia dalle elezioni dell’aprile del ’48 per terminare con il ritiro del ’51.
Nel primo caso la riflessione del professore reggiano è concentrata sugli aiuti americani forniti dal piano Marshall, dei quali non è negata la vitale necessità, ma che esigono un’integrazione attraverso l’indispensabile ripresa produttiva del paese, viatico per una politica estera il più possibile autonoma. Le sue considerazioni in quel periodo tendono a cercare un percorso nuovo e diverso rispetto a quello che ormai sembrava un progressivo e inevitabile irrigidimento dei blocchi contrapposti, non per un “terzaforzismo neutralistico” ma per preoccupazioni legate al mantenimento della pace, per la paura cioè che un simile irrigidimento potesse portare ad un nuovo conflitto, questa volta nucleare.
Le elezioni del ’48 rappresentano lo spartiacque della sua riflessione. Egli non si lasciò andare a facili entusiasmi sulla vittoria della Dc perché capì il ruolo decisivo e condizionante giocato dalle influenze e dalle pressioni straniere, pur nella consapevolezza che al partito era stata consegnata dagli elettori un’opportunità storica che esigeva un impegno di riforma totale da non sprecare.
Il secondo periodo della riflessione dossettiana si apre nel novembre del ’48 con la discussione circa l’ingresso dell’Italia nel patto di Bruxelles e con la conseguente mozione di Nenni che chiedeva al governo una dichiarazione di neutralità rispetto ad ogni tipo di accordo militare. Dossetti, nel ricco e forte dibattito che si ebbe in seno al partito, manifestò meglio la sua posizione riguardo alla necessità delle alleanze che si faceva ogni giorno più pressante. L’appartenenza del nostro paese al mondo occidentale non era in discussione, così come non si poteva transigere sulla minaccia per la pace che proveniva dall’Unione Sovietica. Egli però al contempo riteneva che l’inserimento italiano in una tale rete di rapporti internazionali dovesse avvenire in modo graduale ed elastico. Si doveva valutare bene il metodo da seguire per introdursi in tali relazioni, tenendo conto della situazione interna e delle sue esigenze. Egli si spingeva inoltre fino alla richiesta di rimandare il più possibile, almeno finché non ve ne fosse stata la pressante necessità, l’adesione a patti che si configurassero con un aspetto eccessivamente militare. Le stesse considerazioni le troviamo, seppur specificate e chiarite, nel confronto che anticipò l’adesione italiana al Patto Atlantico. Anche in quella occasione, per Dossetti, si era proceduto con un eccessivo entusiasmo non supportato da un’adeguata analisi delle opportunità e delle difficoltà: ciò era dovuto a suo giudizio anche ad una politica estera che per troppo tempo nel nostro paese era mancata, affidata a notabili provenienti dalla vecchia Italia liberale.
Il problema era sempre lo stesso: come inserire l’Italia all’interno delle nazioni occidentali, dato lo stato del paese ancora alle prese con gravi problemi interni? Soprattutto, considerato questo stato di cose, che ruolo la Penisola avrebbe potuto giocare in un contesto che l’avrebbe vista sotto molti aspetti in una condizione di minoranza?
Una parte importante della sua vicenda politica è senza dubbio quella che inizia nell’aprile del 1950, che lo vide entrare, dopo molti dubbi, nella Direzione del partito come vice segretario e con la carica di coordinatore dei gruppi parlamentari. Si tratta di un periodo denso di attività per il professore reggiano che poi portò, però, all’abbandono della vita politica.
Le vicende internazionali si inserirono in questa esperienza con prepotenza e forza: la guerra di Corea e le richieste di riarmo provenienti dall’amministrazione americana segnarono una tappa importante nelle sue riflessioni e nelle sue azioni politiche. Egli colse in modo favorevole, inaspettatamente se si pensa al suo animo di pace, la richiesta del riarmo soprattutto perché vedeva in esso una possibilità concreta, con le commesse che arrivavano da oltre oceano, per ammodernare la nostra struttura produttiva e provvedere al rilancio economico. Ciò avrebbe favorito una rinnovata dimensione internazionale dell’Italia che avrebbe così acquisito maggiore peso e considerazione da parte degli alleati. Questo periodo sarà segnato dal confronto serrato e aspro con il Ministro Pella nel quale è evidente tutta la determinazione e “aggressività politica” di Dossetti. Il professore reggiano dimostrò tutta la sua lucidità d’analisi e di proposizione fondata su una precisa visione strategica e tattica dei rinnovati compiti del governo e del partito. Questa fase della sua vicenda ci restituisce un Dossetti abbastanza solitario nella sua lotta, ma coerentemente convinto delle proprie posizioni e delle proprie idee. Si consumava in quei giorni, infatti, la definitiva sfaldatura del suo gruppo che lo avrebbe indotto, congiuntamente ad altri motivi, a lasciare la politica di partito.
L’abbandono delle cariche politiche della Dc, come spiegò in una lettera a suoi fedeli collaboratori, fu legato anche al fatto che il nostro paese e il suo governo non avevano saputo meritare con atti e posizioni politiche quel credito e quella stima degli alleati che avrebbero permesso, all’interno della solidarietà occidentale, di acquisire una posizione meno marginale e più determinante.
La sua vicenda politica riguardo agli affari esteri ci lascia una serie di intuizioni che si sarebbero rivelate valide anche in seguito, contraddistinguendo l’Italia nei suoi successi e nelle sue sconfitte. Riflessioni che, oltretutto, conservano una certa attualità anche oggi.
Basti pensare al suo continuo lavoro per favorire una posizione sempre più autonoma dell’Italia all’interno di determinate e certe alleanze; la diffidenza per accordi dal sapore esclusivamente militare che potevano minare la ricerca di pace; lo sforzo di aumentare la produttività interna per essere politicamente ed economicamente competitivi all’esterno; la diffidenza verso un cattolicesimo americano troppo superficiale e ottimistico, mancante di una base adeguata di studio e di riflessione; la sfiducia verso un capitalismo troppo egoistico, lontano dagli ultimi, che trovava sponde rilevanti in alcuni ambienti statunitensi; l’attenzione verso l’Oriente europeo nella riflessione che la sua ricchezza e validità culturale, politica ed economica si ponesse al di là e contro il predominio sovietico.
Il suo intuito politico, la capacità di afferrare il senso degli eventi storici lo portarono forse avanti, al di là della comprensione dei suoi stessi contemporanei. Le meditazioni, i ragionamenti e le azioni di quegli anni ci hanno lasciato, dunque, una serie di questioni e pensieri ancora oggi aperti, che nel loro interesse e validità costituiscono una fonte inevitabile di riflessione e confronto.
Indice
Presentazione
Introduzione
1. Dopoguerra e ricostruzione: alleanze internazionali e politica italiana. La riflessione di Dossetti. Metodi e prospettive.
1.1 Il Dossetti ‘inglese’.
1.2 Mondo bipolare e politica interna.
1.3 Il 18 aprile: valutazioni su una contesa elettorale.
1.4 Una vittoria ambivalente. I dossettiani e il 18 aprile.
1.5 Il ‘18 aprile’ alla prova dei fatti: il dibattito sulla politica estera.
2. Un ponte sull’oceano: il Patto Atlantico. Il dibattito in Italia.
2.1 La tormentata adesione italiana.
2.2 Il confronto interno alla Dc: la posizione di Dossetti.
3. Problemi economici e situazione internazionale (1950-1951).
3.1 Dossetti vicesegretario.
3.2 Riforme e situazione internazionale.
3.3 L’Italia ‘coreana’.
3.4 Riarmo e politica produttiva.
3.5 La legge delega.
Conclusioni
Appendice
Bibliografia
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