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prefazione
Dialoghi sulla vita consacrata. Di P.Pio Parisi s.j. e Lorenzo D'Amico
Prefazione di Lorenzo D'Amico

Cosa troviamo in qesto libro? Una grande varietà di contributi, una grande diversità di vite, ma che aiutano proprio per queste diversità, a rendere la complessa e straordinaria azione dello Spirito. In alcuni passaggi si rimane col fiato sospeso, chi parla offre tutto se stesso allo sguardo dell’altro e per un attimo si contemplano le grandi cose, che il Signore compie in quella creatura.

Nell’ordinare il materiale raccolto, abbiamo cercato di privilegiare le date, perché forse ci aiutano a comprendere come ogni lettore, sia anche la conseguenza di ciò che lo Spirio ci suggerisce attraverso gli altri. Queste persone, proprio mentre raccontano le loro fragilià, fanno emergere la grandezza dei doni del Signore; proprio lì dove le tenebre sono palpabili, Lui mostra un sentiero percorribile.Qual’è il sottile filo di lana che unisce tante esperienze così diverse? Una fragilità, una povertà non temuta accolta, vissuta come aiuto per cogliere e vivere l’essenziale.

Troviamo in queste lettere, più volte ripetuta, la necessità di rimettere al centro della nostra vita, non solo le necessità del povero, ma soprattutto la sua vita intera, i suoi insegnamenti; allora la condivisione di tante povertà diviene più facilmente accessibile e dischiude orizzonti imprevisti. A volte siamo aiutati a sospendere il nostro giudizio, quando siamo condotti su sentieri che ci appaiono totalmente incomprensibile, proprio allora il nostro fare acquista una nuova luce.

Troppo spesso siamo stati abituati a pensare ad un Dio Altissimo, Onnipotente... di nuovo andiamo scoprendo un Dio bassissimo, impotente, un Dio che continua a lavare i nostri piedi, un Dio compagno delle nostre frammentazioni.
Quello che leggiamo, non è la voce di aluni solitari, ma di uomini e donne cresciuti nei loro ambienti e le loro voci sono anche voci del loro habitat.

A volte si rafforza l’istituzione per non far perdere l’identità del singolo e per aiutare a cogliere l’universalità di una ricerca, altre volte invece proprio il rafforzamento delle istuzioni tende ad uniformare ed appiattire. Forse la linea comune di molte persone di questo libro è proprio la ricerca fuori dalle istituzioni. Tutto è oro? Certamente no! Tutto è vanità? Certamente no! È forse opportuno chiedersi se non stia avvenendo, nelle istituzioni religiose, qualcosa di analogo di ciò che avviene per le coppie di fatto: una faticosa ricerca al di fuori dei canoni classici.


Riportiamo alcuni passaggi dalle varie lettere, proprio come primo contatto, e premettiamo il nome dell’autore:

Pio Parisi1
«Caro Pino tu dici La mia fede è “sgangheratissima”. Come al solito trovi delle parole piene di significato.
Mi chiedo cosa può essere una fede sgangherata, la tua fede, e a che cosa può servire.
Forse è una fede che si percepisce scarsa di compattezza, di solidità, di capacità di sostenere il corpo e lo spirito, come una sedia sgangherata, una fede che non riesce a trovare una parola che serva a pacificare la tua enorme ansia del cuore, come tu dici.
[...] Ma è la limitazione che ci dilata al massimo, che ci porta ad accettare la storia della salvezza, che è salvezza dell’universo.
[...] Con l’espressione “la cattedra dei piccoli e dei poveri” intendo proporre un cambiamento prima di tutto interiore, del nostro modo di pensare, di sentire, di giudicare, di vivere e di agire. Un cambiamento radicale, una svolta di 180 gradi, una conversione. Si tratta di considerare positivo ciò che ci appariva negativo e viceversa.
[...] La cattedra dei piccoli e dei poveri è poi quel cambiamento radicale del nostro modo di guardare attorno a noi per cui scopriamo che quelli che non stanno in cattedra e che a nessuno verrebbe in mente di metterceli hanno tante cose da insegnarci. Questa è la meraviglia: sembrano insignificanti e invece sono pieni di senso, sembra che non contino nulla e invece sono una grande risorsa, sembra che siano solo da aiutare e invece sono quelli di cui abbiamo maggior bisogno e più possono aiutarci».

Pino Trotta
«[…] Credo di condividere la situazione di tanti nelle città metropolitane: quella di essere un cane sciolto, di non appartenere ad una comunità, ad una parrocchia, ad un gruppo.
Come tanti altri miei simili animali metropolitani che non sanno se sono credenti, non credenti, vivo di amicizie. Non so cosa voglia dire “chiesa”, appartenenza ad una comunità. Se non nel senso anonimo (mistico?) di tanti che sbirciano dalle fessure una vita che sentono estranea e impossibile.
[...] Questo non mi porta a cercare qualche altra signoria. “Da chi potremo andare”?
[...] Cosa vuol dire consacrato? Separato. Segnato. Messo da parte. Gesù, il Signore, rompe questa economia del sacro.
Che rinasca il sacro dopo Cristo è una cosa assurda. Eppure rinasce. La storia del cristianesimo è la storia di queste assurdità.
[...] Il caso di Francesco, per quel che riesco a capire, è chiaro: Francesco scopre la perfetta inutilità della regola per l’adesione al Vangelo».

Clara Gennaro
«[...] Vita consacrata è un’espressione che non amo.
C’è forse una vita che non lo sia o che non sia chiamato ad esserlo?
Io credo, anzi, che ogni vita – anche di chi non si dica cristiano – sia consacrata.
È Dio che chiama a nascere, ad essere e su ogni vita Egli pone il suo sacro sigillo.
Il cristiano ed ogni credente ne ha solo un’umbratile consapevolezza.
[...] A Lui anelo come una cerva assetata, ma la mia fede non è così intatta, granitica. Credo che anche questo possa essere povertà. Ma il mio ago magnetico punta verso quel nord, non solo e non tanto per non smarrirmi ma perché lì credo – questo sì in modo assoluto – che vi sia tutto il senso dell’uomo, ciò che l’uomo neanche confessa di desiderare, ma che gli brucia dentro.

Anna Maria Cerolini Mignini
[...] quel corpo1 così debole affidato alle mie cure, che spietatamente mi presentava la fragilità della natura umana, si poneva dinanzi a me come qualcosa di sacro, degno della massima venerazione e ne ho scoperto l’intima bellezza, la vera grandezza. Quando era sano e forte non l’avevo mai amato con la stessa intensità. E tanto ho amato anche la persona, l’uomo, che umilmente rinunciava, giorno dopo giorno, alla sua indipendenza, che accettava in spirito di povertà di chiedere aiuto, di essere servito, di essere consolato.

Mario Castelli
Ero come nudo
«Non temere e non spaventarti,
Sì, Gesù era nudo perché è con te il Signore tuo Dio,
dovunque tu vada”
Sì, Gesù era nudo (Gs 1,9b)
come il corpo santo di Adamo.
Come la vittima da offrire nel Santo,
quale perfetta trasparenza del Padre.

Ossia, non la nudità del peccato,
di cui Adamo si vergognava.

E neppure la nudità della passione vinta
da cui l’uomo si è liberato…
Ma la suprema nudità dello Spirito
che apre lo splendore di Dio.

Nudo nella stalla, dove Maria
lo ricopre con fasce, affinché
lo splendore ancora proibito
non distrugga il pellegrino
che brama vederlo.

Nudo nel battesimo affinché possa
lo Spirito investirlo senza limite
in una missione d’amore
che nessun limite ammette.

Ed è nudità sulla croce,
dove ogni affetto diventa inutile,
dove sei tu, abbandonato,
mentre un branco di cani agogna
le tue membra…
Nudo per essere divorato.

Dio,
dacci la nudità che introduce
nello svelarsi del tuo splendore
ora, e nell’eternità di un’unica gloria.
Amen!
Comunque con te

Giorgio Marcello
«[...] Ascoltare fondamentalmente significa aprire agli altri lo spazio della propria vita interiore, per cui li accogliamo e ce li portiamo dentro.
Condividere vuol dire provare a stabilire relazioni di amicizia che diano fiducia.
[...] Il lavoro nelle situazioni di disagio, molto spesso è caratterizzato da un’economia di perdita, più che da una economia dei risultati e dell’efficienza. Nel senso che capita spesso di verificare che tra gli sforzi che si producono per provare a fare qualcosa e i risultati che si ottengono non c’è proporzione. Per cui, se si dovesse seguire una logica di tipo aziendalistico nella valutazione di questi interventi, si dovrebbe dire che sono operazioni in perdita. [...] Molto spesso l’unico intervento possibile è quello della vicinanza, dell’ascolto, senza che siano chiare in partenza le ulteriori possibilità di intervento.
[...] Siamo sempre più di fronte a forme diffuse di marginalità, non ad episodi singoli, circoscrivibili. Tutto un contesto si va degradando, tutto un tessuto sociale si va sfilacciando. E allora è sempre più chiaro che l’azione del singolo, della singola persona, della singola famiglia, del singolo gruppo è utile e preziosa ma è sempre meno sufficiente.
[...]Certe volte mi sembra che oggi l’unica lettura possibile del disagio sociale - che sia in grado di sostenere un atteggiamento di resistenza personale e collettiva - sia una lettura di fede. È una lettura che ci aiuta a guardare queste cose nella luce della kenosi (vedi Fil 2), e che non soltanto ti sorregge ma ti dà anche motivi per sperare, motivi di gioia.
[...]Mi succede di pregare e di rivolgermi a Gesù, di orientarmi verso il volto Suo, di stare alla Sua presenza sia quando ho la Bibbia in mano o quando prego le Lodi o i Vespri, che quando lavoro con i ragazzini.

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