Giuseppe Dossetti. Di Pierluigi Castagnetti
Quando apparve, quattro anni fa, la prima edizione di questo lavoro, Luigi Giorgi era anche per ragioni anagrafiche pressoché sconosciuto nell’ambito degli studiosi e degli amici di Giuseppe Dossetti. Oggi non è più così, non solo per il successo di questa opera, ma per le altre ricerche, pubblicate dallo stesso autore sulla figura di questo importante protagonista della vita politica ed ecclesiale della seconda metà del secolo scorso.
In qualche misura Dossetti ha aiutato Giorgi a imparare il mestiere di storico e di indagatore curioso di domande e di risposte che la sequela dei fatti storici man mano che si allontana nel tempo normalmente produce, poiché ancora oggi a oltre dieci anni dalla sua morte egli offre sempre nuovi materiali di indagine e sembra compiaciuto di rivelarsi e nascondersi agli occhi di chi pensa di sapere tutto di lui. Continuano infatti a uscire testi di omelie, discorsi, corsi di esercizi spirituali, a cura soprattutto della famiglia religiosa da lui fondata, che narrano il patrimonio enorme di pensiero e azioni prodotte in tanti anni di vita religiosa e di lavoro al servizio della Chiesa. Purtroppo la stessa cosa non può avvenire per quei sette anni di vita politica intensissimi che hanno segnato e contribuito a conformare la nascente democrazia italiana e le sue istituzioni repubblicane, perché molti di quei documenti si dice anche per responsabilità dell’interessato sono andati distrutti. Eppure quei sette anni di vita pubblica e i quaranta successivi di vita religiosa, tutti ricchi e “movimentati”, non sono separati né separabili dalle successive esperienze ecclesiali. Achille Ardigò ha scritto di una singolare ambivalenza dossettiana: c’era il monaco nel politico e c’era il politico nel monaco.
C’era sicuramente la vocazione sacerdotale già presente, quantunque momentaneamente “sospesa”, negli anni della costituente e della Dc, e c’era l’attenzione alla storia e al mondo negli anni del silenzio del deserto e del monastero. Leggere la Scrittura e leggere la storia è stata l’esperienza che ha impegnato Dossetti per tutta la vita. «Se abbiamo una certa inclinazione a contemplare le vestigia del Creatore nella sua creazione, non siamo stati educati ad intravedere le vestigia della divina sapienza e della divina misericordia e giustizia attraverso i grandi fatti della politica», dirà nel maggio del 1993 ai suoi della Piccola Famiglia dell’Annunziata. Dossetti ci provava sempre e, non a caso, i suoi interventi sulle vicende del mondo avevano il sapore della profezia; se ne avvertiva lo spessore sapienziale e la capacità di proiettare il “fatto” nel contesto delle conseguenze che inevitabilmente esso avrebbe provocato nel futuro. Basterebbe ricordare un frammento di una nota che fu pubblicata, in forma anonima, su “Il Regno” del 15 ottobre 1990 sulla vicenda mediorientale nel mezzo della minaccia che poi si realizzò della prima guerra del Golfo: «L’islamismo radicale [ha] bisogno di questo e ne trarrà vantaggio. Anche se Saddam Hussein fosse eliminato, l’occidente si troverà di fronte un islamismo radicale più difficile da combattere e ideologicamente più inestirpabile, sia nei paesi musulmani che nell’Europa stessa [...] Vi saranno conseguenze evidentissime per la Chiesa. C’è letteralmente pericolo dell’estinzione della chiesa nei territori palestinesi e giordani e in quel pochissimo di chiesa che poteva esserci in altri territori di Arabia; una chiesa, cioè ridotta a vivere all’interno degli edifici di culto. [...] Il fatto che la prepotenza americana abbia costretto tutti paesi, ormai vassalli, ad associarsi all’impresa, ha dato alla medesima un marchio di universalità che rievoca per tutto il mondo orientale la qualifica e il ricordo delle crociate, con tutto quello che ne segue: il ricordo degli eccidi e dell’intolleranza. Ma questo ricordo suscita anche nei mussulmani la bellissima ed eccitante speranza che il trionfo degli occidentali sia effimero, come è stato effimero quello dei crociati. Costantinopoli, saccheggiata e bruciata nella quarta crociata del 1204, sarà come un’ombra sinistra costantemente evocata a tutta la Siria, all’Egitto stesso e poi a tutto il resto dell’Africa. Tutto questo riaccenderà l’intolleranza contro i cristiani nell’altro Egitto».
Dossetti è stato da più parti accusato di essere integralista o, più benevolmente, moralista. Si potrebbe probabilmente replicare elencando alcune tra le sue più importanti scelte che dimostrano la “sana laicità” a cui ha sempre ispirato la sua azione politica e, dunque, l’assoluta infondatezza di tali argomenti: tutto il lavoro alla costituente, il capolavoro di definizione della laicità dello Stato contenuto nell’articolo 7, l’indicazione della candidatura di Luigi Einaudi per la presidenza della repubblica, la scelta del laico-liberale Giuseppe Medici come suo stretto collaboratore nella definizione e attuazione della riforma agraria, il famoso discorso sullo Stato fatto al congresso dei giuristi cattolici nel 1952. Ma l’equivoco (per così dire) è nato ed è durato così a lungo perché in effetti egli tentò di portare in politica una cultura nuova sicuramente ispirata, oltreché da una concezione esigente della democrazia, dalla sua fede religiosa, che l’interlocutore “profano” non ha saputo (o voluto) descrivere diversamente. C’era in lui infatti l’aspirazione non già a “istituzionalizzare” il Vangelo, ma a realizzare una prassi politica originale e riconoscibile per la sua ispirazione sia nei contenuti che nei comportamenti virtuosi di chi la praticava. Una via molto esigente che gli produsse ben presto serie difficoltà all’interno del suo partito, la Dc, impegnata a perseguire difficili mediazioni con i partiti alleati e con diversi ambienti interni e internazionali interessati a condizionare le scelte della politica italiana. Difficoltà non meno gravi incontrò poianche nei rapporti con la Chiesa, fortemente concentrata e condizionata dalla questione comunista.
Al clero di Pordenone nel 1994 dirà: «La mia stagione politica è durata solo sette anni [...] Io ho deciso che fosse finita e sono ancora profondamente convinto che dovesse finire e che sarebbe stato un grande errore proseguirla, perché non avrei raggiunto gli obiettivi che mi ripromettevo di raggiungere, e comunque avrei ingannato, illuso troppa gente. La mia persona doveva essere copertura di cose che, invece, andavano tutte in senso contrario. Non c’è stato altro che la considerazione che la situazione bloccava tutte quelle che erano le mie intenzionalità. Ed erano soprattutto due le cose bloccanti, insuperabili. Prima di tutto la situazione politica internazionale: la divisione in due blocchi, sempre più irrigidita e sempre più irrimediabile [...] Questo ha bloccato ogni opera di rieducazione politica [...] una seconda causa: la coscienza che la nostra cristianità, la cristianità italiana, non consentiva le cose che io auspicavo nel mio cuore. Non le consentiva solo a me, non le avrebbe consentite a nessun altro, in quel momento: per considerazioni varie di politica internazionale e di politica interna. E non so se sia tanto evoluta la coscienza della cristianità italiana da poter consentire oggi».
Il tema della cristianità italiana e, dunque, della Chiesa, per Dossetti non era superabile, per ragioni culturali e politiche, considerata la rilevanza storica che essa rappresentava e, in un certo senso, rappresenta ancora oggi nel nostro Paese oltrechè per ragioni sue soggettive. Dossetti si considerava uomo non tanto “prestato” alla politica (come si dice oggi) ma, essenzialmente, uomo religioso temporaneamente impegnato, per contingenze particolari, nella vita politica. Il venir meno delle ragioni singolari e delle condizioni di contesto che lo proiettarono sette anni prima sulla scena politica nazionale, rappresenta per lui l’occasione per rispondere serenamente e coerentemente alla sua vocazione e alla sua vera passione. La passione a cui Dossetti sentiva di dover dedicare tutta la sua vita era Gesù Cristo, dunque la fede nel figlio dell’Uomo. E nella Sua Chiesa. È la parte che inevitabilmente Giorgi non ha potuto esaminare perché va oltre l’ambito di questa opera. È giusto, però, farne un rapido cenno, per capire meglio questa singolare personalità. C’è solo lo spazio, in questa sede, per condensare in un pensiero il senso profondo della sua fede e la sua concezione del ruolo della Chiesa.
Capitò non di rado a Dossetti di ricordare proprio a questo proposito, il grande arcivescovo di Algeri, mons. Tessier, quando raccontava che tutta le eucaristie della Chiesa della sua regione fossero riunite nella sala da pranzo di un comune appartamento. Là dove un tempo c’erano seicento diocesi oggi ci sono pochissimi vescovi e qualche religioso. Così è purtroppo in molte altre regioni del mondo. Eppure qui, osservava Dossetti, si capisce meglio cos’è la Chiesa, quale la sua forza e quali le sue colpe. E, senza voler fare un paragone, anche per le Chiese d’occidente Dossetti riteneva che fosse giunto il momento di fare un serio esame di coscienza, interrogarsi sui propri errori e le proprie infedeltà, ma soprattutto comprendere i cambiamenti intervenuti con il virulento percorso di secolarizzazione, per individuare le modalità più appropriate a dare testimonianza della fede in quell’Unico per cui la Chiesa stessa è stata istituita. Nel 1994 diceva: «vivremo la fede pura, senza puntelli e senza presidi di sorta, umanamente parlando. Non avremo più il conforto dei piccoli nidi sociali, delle ultime piccole nicchie che un tempo facevano un certo tepore». E aggiungeva : «Di fronte alle difficoltà sempre più dovremo in questa nuova stagione che si apre nel nostro paese, contare esclusivamente sulla parola del Signore, sull’Evangelo riflettendo, meditando, assimilando. Siamo destinati a vivere in un mondo che richiede la fede nuda pura, come quella di Pietro agli inizi. E la Chiesa stessa, se non si fa più spirituale non riuscirà ad adempiere alla missione e a collegare veramente i figli del Vangelo».
A me pare che questi pensieri sul futuro del cristianesimo esprimano in modo straordinariamente lucido e originale ciò che oggi definiamo laicità, cioè separazione fra Dio e Cesare, in una maniera che io trovo essere la più distante in assoluto da una concezione integralista o anche solo di confusione deipiani. In un certo senso possiamo dire che la cultura ecclesiale di Dossetti aiuta a capire la sua cultura politica e, in particolare, la sua concezione dell’autonomia della politica.
Non ci resta che aggiungere, conclusivamente, il mio stupito compiacimento per la decisione di Luigi Giorgi di pubblicare una nuova edizione del suo lavoro sul Dossetti politico. Riproporre questa figura veramente singolare e come diceva lui stesso «appartenente a un altro secolo», oggi, in un tempo in cui la politica tende a spogliarsi di radici e di ancoraggi ideali per “apparire” più leggera e leggiadra, è una scelta coraggiosa e intelligente. Sicuramente utile.
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