La pulce ballerina. Di Ida D'Angerio
Favoleggiare è necessario. Di Giovanni Bianchi
I folti rami che trattenevano i cocenti raggi del sole, si piegavano, quasi a terra, carichi di belle mele rosse invitando Luigino ad allungare le mani e prenderne una e lui, di certo, non si faceva pregare. Un pomeriggio mentre stava per cogliere una mela, fu fermato da una vocina che gli diceva: “No! non scuotere la mia casetta, mi farai cadere!”. Si avvicinò al frutto, l’osservò bene e vi scorse un forellino color marrone, da cui usciva la testolina di un bruco che ripeteva: “Ti prego non prendere la mia casetta, come farò senza, dove andrei ad abitare?”.
Luigino, meravigliato, lasciò vivere il bruco in santa pace. “Né io e né gli altri toccheremo la tua casa” s’impegnò solennemente Luigino. Avvertì la sua famiglia di non toccare quella mela, perché lì c’era il suo amico bruco. Ogni giorno andava da lui e si fermava a parlare.
C’è tutto in questo favoleggiare: l’occasione, lo stupore, la vita, il caso curioso, la crisi degli alloggi in filigrana… Anzi, letteratura e vita quotidiana si contendono la pagina, quasi che il genere, antico come Esopo e come Fedro, e “classico” oramai come Rodari, non avesse ancora scelto da quale parte del confine stare. Perché ha assoluta consapevolezza che la saggezza nasce da questo continuato incontro, proprio sulla traccia esile di quel confine. Perché? Perché lì c’è la scuola, con i suoi inevitabili alti e bassi. L’incontro tra le generazioni, che non può mancare di difficoltà nell’approccio, sudate carte, riforme, polemiche, piccoli passi, insperati successi: il tutto mentre si procede tantonando…
Con la consapevolezza mutuata dal grande Hegel che la pagina, come la politica, sempre nasce da quel che pagina non è, e vi dà forma letteraria. L’acuto lavoro (La pulce ballerina, racconti e poesie illustrate dai bambini) di Ida D’Angerio si colloca sulla linea di questa intersezione, a sua volta emulsionando approccio didattico e intuizione poetica. Perché, senza alcuna spericolatezza, si può dire che una solida parentela esista tra il pensiero che favoleggia e il pensiero poetante; per fare un esempio, quello del quale si occupa Antonio Prete a proposito di Giacomo Leopardi.
Si legga il racconto da cui prende titolo la raccolta: La pulce ballerina. Una parabola con il retrogusto del midrash. Mamma e papà pulce erano preoccupati. La loro figlioletta s’era messa in testa di ballare. Le dicevano: “Mica sei una farfalla! Che vuoi ballare?. Tu sei una pulce e le tue zampette servono solo a saltare. Noi ci divertiamo un mondo a farlo. È mai possibile che a te non piaccia? Togliti dalla testa questa assurda idea. Non farci fare brutta figura. Tu sei come noi”. Pulce non rispondeva, si chiudeva in camera sua e per consolarsi si metteva a ballare. E sognava… Si vedeva ballerina felice, ammirata e applaudita da tutti gli insetti i quali, per non disturbarla, sussurravano: “È brava, proprio brava!”. Quando smetteva di ballare diventava triste e, quindi, per essere felice, ballava, e ballando continuava a sognare. Purtroppo era solo un sogno e al risveglio era sempre triste. Non poteva continuare a vivere così, per cui decise di andare via. Una mattina di buon’ora, prese le sue cose e in silenzio lasciò la sua casa e i suoi genitori che, per non fare brutta figura con le altre pulci, non avevano pensato alla sua felicità, costringendola ad andarsene. Che colpa ne aveva se a lei piaceva ballare? Rimasta sola per la gran via, Pulce si sentì spaesata e, per darsi coraggio, si mise a ballare, a ballare, e ballò così bene, che dimenticò di essere sulla terra. Era felice, si sentiva leggera leggera, proprio come una farfalla. Alla fine del ballo si sentì un grande applauso. Intorno a lei s’erano raccolti alcuni insetti, che, curiosi, s’erano fermati ad ammirarla.
Viene in mente Martin Buber e lo storpio santo Balshem che dovendo mostrare l’efficacia di una storia che prevedeva la danza, tanto s’infervorò nel racconto da ballare ballare e guarire! Qui però oggetto della guarigione non è la piccola pulce ballerina, ma i suoi genitori, vittime dello scetticismo. Con una lezione in più, antica e modernissima, quasi a segnalare che la saggezza può venire dalle generazioni non ancora mature, secondo l’ammonimento evangelico (Mt. 11, 25) a tener conto dei piccoli e dei semplici.
È precisamente per questa ragione che nel cuore stesso del territorio urbano dove peraltro molte specie si sono insediate imponendo una inabituale convivenza e dove volpi e gabbiani svolgono gratuitamente funzione di netturbini gli animali continuano a propinarci esempi e ammonimenti prolungando un magistero antichissimo. C’è pure modo di imbattersi in righe perfino proverbiali e scontate nel loro lieto fine: Allora si sposarono e vissero per sempre felici. È il caso della principessa Fiordaliso e del principe Coraggioso. Non manca il rovescio femminista quando un bel principe (che) tornava dalla guerra si imbatte assetato e famelico in una pera sulla quale s’è insediato un ragno parlante che si rivelerà poi essere una principessa così trasformata da una regina invidiosa della sua bellezza e finalmente esteticamente redenta dal futuro sposo regale.
Regole e trasgressioni, costanti e variazioni sul tema si inseguono con effetti narrativi che hanno il merito di alludere a nuovi contenuti della cultura e dell’ethos. Fino a prendere le distanze dagli effetti speciali della magia che la saga di Harry Potter s’è incaricata di rimettere in corsa per l’intero mondo. Il linguaggio usato dall’Autrice è fresco e mutua dal bambino la capacità di animare oggetti, di relazionarsi a elementi della natura, il desiderio di avventura nella ricerca di tesori da scovare con amici ricamando storie dove realtà e fantasia si intrecciano attraverso elementi del quotidiano e ci conducono alla scoperta dello straordinario nell’ordinario.
Nelle narrazioni si respira anche l’ambiente scolastico dove è prassi quotidiana partire da esperienze concrete di vita e accompagnare il bambino nell’esplorare, ricercare significati, scoprire pieghe, interrogarsi, cercare soluzioni, rilanciare domande, trovare risposte attraverso gioco ed espressività condivisa. Se dunque la barca di Ida D’Angerio si muove a suo agio su acque tradizionalmente tranquille, essa non disdegna le rapide di nuovi e suggestivi scenari. È per questa attitudine e questo coraggio che ci si augura che continui a navigare, nonostante tutto e oltre i limiti della professione.
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