immagine testata
prefazione
Prefazione
di Giuseppe Davicino

Per quanti ancora si ricordano le estenuanti quanto politicamente futili, discussioni metodologiche (su quote, generi, età, ecc.) che hanno quasi monopolizzato la nascita del Partito Democratico al posto di un serio ed approfondito dibattito politico, la lettura di questo saggio sarà come una liberazione e una piacevole scoperta. L’Autore infatti è ben deciso a infrangere l’“alibi metodologico”, quell’alone prossimo al nichilismo che offusca le scienze sociali e la “moderna” politica. Per questo proclama l’impossibilità di un impegno politico responsabile e libero in assenza di culture politiche di riferimento: «Non riconosciamo più che non si può stare politicamente al mondo senza una visione di mondo. In troppi si rifugiano in problemi di metodo. Con la stessa attitudine che il cardinal Martini ironicamente rimproverava ad un certo modo di fare teologia: Si puliscono sempre i denti, ma non mangiano mai». Superare questo “alibi metodologico” è tanto più necessario per chi, come Giovanni Bianchi, con la sua straordinaria esperienza di leader, nelle Acli, poi nel Partito Popolare, quindi nell’Ulivo, ed oggi nel Pd, intende leggere il presente e progettare il futuro, mostrando e mettendo in gioco l’enorme attualità del cattolicesimo democratico. Il superamento delle ideologie non può significare, infatti, l’archiviazione delle culture politiche e della progettualità politica. Anche perché, se vengono tolte di mezzo le culture politiche popolari (di destra, di centro, di sinistra) attraverso una loro progressiva omologazione, si ha il trionfo micidiale (per la democrazia, per la giustizia sociale e per la pace) dei poteri occulti e delle oligarchie, cui stiamo peraltro assistendo, così come efficacemente descritto nel recente saggio di Lorenzo Gaiani Lorsignori gli oligarchi. Non è un caso che i Radicali, che di tali poteri forti costituiscono una delle più pure e trasparenti espressioni, continuino a non rinunciare alla loro autonomia.

In questo libro si intravede un pensiero politico sorretto da un immenso bagaglio culturale e da intense stratificazioni biografiche novecentesche, ma saldamente ancorato negli scenari del XXI secolo e per questo “senza frontiere”, capace di esplorare nuovi territori e di cogliere prospettive inedite nello sforzo continuo di interpretare la nuova realtà in rapporto alla fede nel Redentore ed alla speranza che ne scaturisce, senza mai “arruolare” la religione nelle contese politiche, ma anzi indicando la via del dialogo e del “consenso etico tra culture” come quella più adatta a comporre i conflitti in una società che vede presenti varie etnie e religioni.

Mi pare che ci siano tre principali linee attraverso cui qui si snoda la riflessione di Bianchi: l’economia, l’Europa, l’etica, in un fecondo intreccio di relazioni. L’Europa è, o almeno è stata dal dopoguerra, la patria della “classe media”, non tanto i benestanti, quanto piuttosto una enorme fascia intermedia, di composizione molto eterogenea, collocata fra i super ricchi ed i poveri. Dalle ferite e dalle macerie della guerra è sorto il più grande sistema di solidarietà sociale della storia, quel welfare che fa inorridire certi “neoconservatori” in quanto “spreca” e sottrae risorse per la guerra, ma che è stato insieme all’integrazione europea e alla promozione del “libero mercato” tra i principali obiettivi delle forze cristiano-popolari, socialdemocratiche e liberali che hanno governato i maggiori Paesi europei. Tuttavia in questo primo decennio del nuovo secolo la situazione è profondamente cambiata. L’Autore analizza a fondo gli effetti della rivoluzione neo-liberista, iniziata negli anni Ottanta, che ha finito con il ridurre l’Occidente ai nostri giorni alla bancarotta a causa di una speculazione finanziaria che non si è voluto domare, e con l’impegnarlo a partire dal 1990 in continue ed interminabili guerre in Medio Oriente e nel cuore stesso dell’Europa, l’ex Jugoslavia. Ed avverte che nella situazione di sofferenza in cui sono stati costretti i ceti intermedi europei, non sono più «i ceti cosiddetti moderati a produrre la politica moderata, così come le api sanno secernere il miele». Egli ci ricorda, richiamandosi a Sturzo, che la moderazione in politica non può essere scambiata per moderatismo, soprattutto in tempi di crisi profonda come quelli presenti, nei quali i ceti più arrabbiati sono proprio quelli popolari e intermedi, vessàti da una politica che non è riuscita ad impedire che i ricchi diventassero sempre più ricchi per mezzo della frantumazione della classe media. Qui, mi pare risieda la madre di tutte le sfide, l’elemento che dirimerà la competizione politica del prossimo decennio del secolo nella politica italiana ed europea: chi saprà interpretare meglio la rappresentanza dei ceti intermedi in caduta libera, penalizzati sia nel lavoro autonomo che in quello dipendente, esposti ad una feroce competizione che le classi dirigenti manco si immaginano, probabilmente avrà il consenso per governare. Ad oggi, si è costretti a constatare che le forze conservatrici, in Italia, Francia, Germania parrebbero meglio attrezzate a dare delle risposte alla crisi dei ceti medi e popolari. Risposte talvolta molto discutibili, il più delle volte ispirate ad una dose minima di buon senso, qualche volta persino condivisibili.

Ed anche il dialogo tra gli opposti schieramenti, a Roma come a Berlino, non deve stupire più di tanto se è vero che noi veniamo da un paio di decenni in cui le scelte fondamentali per i destini delle persone e dei popoli, dei lavoratori e dei cittadini, sono state prese prevalentemente al di fuori delle istituzioni o in assenza dell’intervento dei poteri costituiti. I responsabili dell’attuale caos, soggetti opachi e potentissimi, quelli che Tremonti chiama con irrisione gli illuminati, sono stati beneficiati ultimamente da colossali interventi pubblici nell’ordine delle centinaia di miliardi di Euro per rimediare agli sconquassi che essi stessi hanno prodotto con una speculazione senza scrupoli. Questi scaricano adesso sulla politica una situazione deteriorata e sempre più ingestibile a causa di una inflazione che massacra i redditi delle famiglie e i profitti delle piccole e medie imprese. Un’inflazione doppiamente rinvigorita dalla massiccia immissione sul mercati finanziari di titoli “adulterati” e dall’attacco dei medesimi capitali speculativi al prezzi delle materie prime, delle fonti energetiche e soprattutto dei generi alimentari essenziali. Tutto ciò sembrerebbe favorire l’emergere di una solidarietà nuova tra le forze politiche e sociali pur di diverso orientamento e senza confusione di ruoli tra maggioranza e opposizioni, per fronteggiare i disegni dei “poteri reali” in tutti i campi dall’ordine pubblico, al mondo del lavoro e dell’impresa alle relazioni internazionali.

In questo nuovo clima di dialogo, sembra suggerirci l’Autore, le culture riformatrici sapranno svolgere un ruolo da protagonista solo se saranno capaci di elaborare un pensiero politico adeguato ai nostri tempi: un pensiero che con quest’opera di Giovanni Bianchi si arricchisce di un importante tassello.

torna alla scheda libro